Punto 14: le vecchie fonti
Questi che vedete sono i vecchi lavatoi pubblici, situati proprio qui, sotto le mura cittadine.
Un tempo quando si aveva necessità di lavare la biancheria, e ovviamente non si aveva l’acqua corrente in casa e tantomeno le lavatrici, come ora, ci si recava al fiume vicino o appunto in questi lavatoi pubblici.
Erano costituiti da vasche rialzate da terra, e dotate di un piano inclinato su cui poter strofinare i tessuti con spazzole dure, dette comunemente brusche, o a mani nude, usando saponi fatti in casa. Questi erano ottenuti facendo bollire insieme soda caustica, pece greca, scarti di grasso e ossa animali e si profumava il tutto con lavanda, foglie di menta o basilico.
Lo sporco dell’epoca era molto più resistente di adesso, e il bucato, la bocata, si faceva ogni quindici, venti giorni circa pertanto ogni qualvolta che si decideva di lavare i cosiddetti panni, diventava una vera e propria impresa. Era una faccenda che impegnava tutta la famiglia, a volte anche i vicini di casa, e constava di almeno tre fasi, due delle quali si svolgevano qui, nei lavatoi.
Semplificando potremmo dire che nei lavatoi, o lungo i corsi d’acqua, su di una pietra più o meno rettangolare e ruvida, per favorire l’ancoraggio dei panni e disposta inclinata sull’acqua, avveniva la prima fase di rimozione dello sporco più insistente, strofinando colli e polsini e le macchie più resistenti, con il sapone.
Successivamente in casa la biancheria veniva sottoposta al lavaggio con il ranno, cioè una mistura ottenuta versando dell’acqua bollente sopra uno strato di cenere bianca, proveniente da legni poveri, come ginestre, rovi, acacie, sopra un telo ampio a trama fitta, o un vecchio lenzuolo rattoppato, chiamato cendrale. L’acqua bollente scioglieva i componenti della cenere, formando una soluzione di bicarbonato di potassio che, penetrando nei tessuti e unito al sapone, li rendeva bianchi donando loro un profumo particolare e inimitabile.
Infine, i panni, dopo esser rimasti a bagno nel mastello, la mastella, per una notte intera, quando l’acqua si era ormai raffreddata, si portavano a sciacquare nell’acqua corrente dei lavatoi o al fiume. Il trasporto avveniva con birocci e carri, perché la biancheria, ormai intrisa d’acqua era più pesante.
Va da sé che i lavatoi erano luoghi perennemente affollati, dove non solo si lavorava, ma si parlava, ci si raccontavano i fatti del giorno e i pettegolezzi, si cantava e si faceva rumore, sbattendo i panni nelle vasche. Come tutte le attività di un tempo, anche lavare i panni era un impegno gravoso e faticoso, ma le nostre nonne trovavano sempre il modo di ridere e divertirsi, e di alleggerire la giornata con una risata. I lavatoi erano un luogo, diremmo oggi, di aggregazione e socializzazione, e al pari dei bar, dei circoli Acli e degli spacci, erano posti dove si svolgeva la vita di un tempo.
Perché ricordarsi degli antichi lavatoi? Perché fanno parte inscindibilmente della nostra storia e perché raccontano tante, tantissime storie.
Scendendo lungo la strada del Cuppio, ci s’imbatte in un’antica sorgente d’acqua, denominata appunto “Cuppio”, che dà il nome alla strada e alla località stessa. Un tempo adiacente alla sorgente vi era un piccolo lavatoio, ora resta solo un piccolo pozzo sotterraneo.

Punto 15: poesia ``antica finestra``
A questo punto, oltre ad invitarvi a godere dell’innegabile spettacolo che ci offre questo bel panorama, vorremmo condividere con voi una poesia, scritta da un ragazzo sanvitese, che riassume tutto il nostro comune sentire.



